COSA (NON) E’ LA MINDFULNESS

“Come siamo, e ovunque siamo in qualsiasi momento,

va abbastanza bene, almeno per ora!”

Jon Kabat-Zinn





Quando ho sentito parlare della mindfulness ho subito pensato che fosse una delle tante tecniche in voga nell’ambito della salute e del benessere e che poteva essere tranquillamente appresa da tutti i terapeuti e inserita dentro la propria cassetta degli attrezzi.

Quando ho iniziato a praticarla, invece, ricordo di aver provato una tale delusione e una tale noia che l’unico modo per giustificare questi miei due stati d’animo fu quello di assumere un atteggiamento molto critico e svalutante nei confronti di “questa banalità commerciale”.

Ero grandemente frustrata.

Ma la grande beffa è stata ritrovarmi ad aver pagato un percorso lungo un anno e rendermi conto che io stessa avevo gettato via la chiave per la mia unica via di fuga.

Più desideravo scappare dalle pratiche e da tutte quelle ore di formazione teoriche ed esperienziali, più mi ritrovavo a “stare” con tutto quello che di più scomodo queste generavano in me: rabbia, ansia, frustrazione, noia, tensioni alla schiena dovute alle numerose ore passate a meditare e pensieri che avrei tanto desiderato non avere in quel momento, soprattutto se la loro presenza nella mia mente ricordava a me stessa tutti gli errori commessi nel passato e le mancanze che avevo nel presente

Ad oggi guardo con tenerezza a tutto questo, perché ciò che vedo ricordando quei momenti non è il difficile rapporto che avevo con la pratica della mindfulness, ma quello che questa rappresentava: la possibilità di stare con me stessa. Mi portava dove non volevo stare, mi ricordava quanto giudizio e critica io avessi nei miei confronti.

Oggi si parla tanto di mindfulness, forse al pari di quanti articoli si trovano sul web che parlano dei suoi benefici e della sua importanza in termini di salute mentale e fisica.

Sfortunatamente “parlare di mindfulness” non implica “comprendere” realmente cosa sia.

La mindfulness non si teorizza, si pratica”, recitava ad un congresso uno stimatissimo collega.

Ma, ad oggi, più che esplicitarne la definizione ormai conosciuta e condivisa, quella che Kabat-Zinn definì “l’abilità di prestare attenzione in un modo particolare: intenzionalmente, orientati al momento presente e in modo non giudicante” (Kabat-Zinn, 1990), penso sia più opportuno definire COSA LA MINDFULNESS NON E’.

  • Prima di tutto, la mindfulness non è una tecnica. L’errore che ho commesso quando ho deciso di avvicinarmi alla pratica meditativa è stato proprio quello di credere che bastava apprendere una serie di passi per giungere ad una piena consapevolezza di me. La mindfulness è, invece, un’abilità, uno stato d’essere che necessita di impegno e pratica per essere sviluppata. E’ un incontro con noi stessi e con ciò che siamo che si rinnova momento per momento. È essere consapevoli di ciò che siamo e di ciò che stiamo vivendo, delle sensazioni che siamo in grado di esperire nel corpo e riconoscerne le qualità fisiche che le caratterizzano. È imparare a dare un nome a ciò che sentiamo, nonché riconoscere quali sono i pensieri che attraversano la nostra mente in un dato momento. In questi termini, non può essere una tecnica, ma una pratica, che a volte, può essere anche faticosa. Perché non sempre è facile stare con noi stessi quando proviamo dolore, sofferenza, mancanza, colpa, ansia. Non sempre la nostra volontà è quella di accogliere ciò che il momento presente offre. I nostri automatismi ci spingono ad evitare, fuggire, controllare e manipolare ciò che non ci piace, che sia fisico, mentale o emotivo, e lo facciamo al fine di non dover entrare in relazione con tutto questo. Ma nel fare questo perdiamo l’occasione di fare esperienza di una verità molto cara al mondo mindfulness: tutto è impermanente e in divenire. Se impariamo a lasciar essere ciò che c’è, che sia un dolore o un dispiace, che sia un pensiero disturbante o una sensazione fisica particolarmente intensa, senza necessariamente far nulla per modificarli, forse potremmo renderci conto che ad un certo punto saranno loro stessi ad andare via. In questi termini, praticare mindfulness somiglia più a un atto d’amore verso noi stessi e ciò che siamo, così come recita la frase iniziale con cui ho iniziato questo post: “Come siamo, e ovunque siamo in qualsiasi momento, va abbastanza bene, almeno per ora!” (Kabat-Zinn, 2019).
  • La mindfulness non è rilassamento. Molti si avvicinano alla pratica meditativa con lo scopo di “eliminare” l’ansia dalla propria vita. Possiedono convinzioni molto rigide sulla pericolosità e sull’incontrollabilità delle proprie emozioni (Leahy, 2013) e ricercano nella mindfulness uno strumento che li aiuti a non avere alcuna relazione con esse. La mindfulness, come detto prima, non è una tecnica e dunque non è equiparabile a un training autogeno. Con quest’ultimo, infatti, non condivide neanche il razionale. Se il training autogeno si prefigge lo scopo di indurre uno stato di rilassamento, la mindfulness, invece, aiuta la persona a “stare con quello che l’esperienza del momento presenta”. Che si provi rabbia, ansia, tristezza o paura, praticando con impegno, la persona impara ad entrare in relazione con le proprie emozioni più difficili in uno modo diverso, aumentando notevolmente il livello di tolleranza rispetto ad esse. Se ci soffermiamo a riflettere un attimo, gran parte del nostro stress e della nostra sofferenza è data proprio dalla lotta che noi stessi mettiamo in atto contro alcuni dei nostri pensieri indesiderati, contro alcune delle nostre emozioni che non accettiamo o contro alcune sensazioni fisiche del nostro corpo che consideriamo invalidanti. Trascorriamo tantissimo tempo e sprechiamo moltissime energie contro ciò che non ci piace sentire o pensare, e ogni volta, alla fine, sembra non cambi nulla, se non che ci sentiamo più frustrati, stanchi e scoraggiati. Prestare attenzione significa diventare consapevoli, e la consapevolezza è conoscenza. Più conosciamo ciò di cui abbiamo paura, più questo diventerà familiare e forse, con il tempo, riusciremo anche a conviverci.
  • La mindfulness non è una moda o un lusso passeggero: praticare mindfulness richiede impegno. Ci si assume la responsabilità di molte cose e dovrebbe essere così soprattutto quando parliamo della nostra salute fisica e mentale. Non possiamo pensare di praticare sporadicamente qualche meditazione mindfulness e pretenderne istantaneamente i numerosi benefici. Quando ci avviciniamo alla mindfulness lo facciamo riconoscendo che il primo passo da fare è assumerci la responsabilità di impegnarci nell’incontrare noi stessi ogni giorno, in un modo attento, gentile e non giudicante; e per coltivare questo atteggiamento abbiamo bisogno di praticare giorno dopo giorno.
  • La mindfulness non è solo pratica formale: meditare in modo “formale” ci permette di riservarci un tempo, in uno spazio consono, per “ritornare a casa”, cioè a noi stessi. Che siano praticate da seduti, sdraiati, in piedi o camminando, numerose sono le meditazioni che favoriscono il prestare attenzione al corpo, al respiro, alle emozioni e ai pensieri. Molte, inglobano anche una consapevolezza più estesa, come ai suoni dello spazio che ci circonda. Ma, come sottolineato da Kabat-Zinn (2019) “è ciò che chiamiamo pratica informale la vera pratica di meditazione”. Ogni qualvolta, infatti, che prestiamo attenzione a ciò che stiamo facendo, a come ci sentiamo, a cosa percepiamo o pensiamo, ne diventiamo automaticamente consapevoli e, quindi, in grado di vivere nel presente.

Abbiamo necessità di prestare attenzione a ciò che ci accade, abbandonando le continue lotte che tentiamo di avviare contro noi stessi, per imparare a stare in un modo nuovo con ciò che siamo.





Dott.ssa Sefora Di Natale

Psicologa Psicoterapeuta, 

Insegnante di Protocolli Basati sulla Mindfulness





Bibliografia

     Leahy, R. L., Tirch, D., & Napolitano, L. (2013). La regolazione delle emozioni in psicoterapia. Eclipsi.

      Kabat-Zinn, J. (1990) Full catastrophe living: Using the wisdom of your body and mind to face stress, pain and illness. Dell, New York. Trad. it (2002).Vivere momento per momento. Corbaccio, Milano.

       Kabat-Zinn, J. (2019). La scienza della meditazione. Perché la mindfulness è così importante. Garzanti S.r.l, Milano.





L’articolo è reperibile anche sul Blog di Tages Onlus alla pagina: http://www.tagesonlus.org/2019/05/26/cosa-non-e-la-mindfulness/

“WALK WITH ME” – Recensione del film più atteso sulla mindfulness

Intenso. Diretto. Solenne.

“Walk with me  –  il potere della mindfulness”, il film documentario proiettato martedì 12 settembre al cinema Odeon di Firenze, ha incarnato in sé tutte queste qualità.

Un viaggio raro verso la scoperta del microcosmo monastico fondato dal maestro Zen Thich Nath Hann,  il Plum Village, centro indiscusso per la pratica meditativa buddista di tutto il mondo.

Mindfulness, o la sua traduzione italiana “consapevolezza”, è una delle poche parole che echeggiano in una storia di circa due ore, dove silenzi ed immagini di vita quotidiana si alternano con un ritmo così naturale da permettere allo spettatore di assaporarne la naturalezza.

“Non bisogna perdersi nel passato né nel futuro. Il solo momento in cui si è vivi o in cui si può toccare la vita, è il momento presente, qui e ora” (Hann, 1994).

Ed è proprio nel qui ed ora che ruotano tutte le attività svolte nel centro, è nel momento presente che si ritorna ogni qual volta ci si rende conto che la propria mente è altrove, lontana dalle percezioni di una mano che tocca un albero, dall’odore di un fiore appena raccolto, dal sapore di un thè caldo aromatico, dal suono di un fiume che scorre nella sua costanza o dalla vista di un cielo che ospita nuvole danzati.

I sensi! È anche un viaggio attraverso la riscoperta dei sensi, quello che la pratica mindfulness induce ad iniziare (e proseguire!) e ce ne accorgiamo quando le telecamere accompagnano il maestro e il seguito di meditatori lungo la pratica della walking meditation (camminata consapevole) o del mindful-eating (mangiare consapevolmente), o quando il suono della campana monastica echeggia ogni 15 minuti richiamando alla riconnessione con il proprio respiro, con il momento presente.

Una quotidianità che sa di casa, anzi, che ci invita a ritornare a casa, così come ricordano le numerose scritte presenti in molte delle stanze del centro “Sono arrivato, sono a casa”. Una dimora che assume le sembianze di un corpo, il nostro, frequentemente dimenticato e trascurato, che accoglie emozioni, spesso evitate, soppresse o combattute, di una mente, il più delle volte vissuta come un campo di battaglia.

La meditazione è un invito a tornare al momento presente: “La nostra vera casa è l’ora. Vivere l’istante presente è un miracolo” (Hann, 2007), così come ben ricorda il maestro Tich Nath Hann nelle sue sessioni di insegnamento al centro, dove monaci e laici si incontrano per apprendere le verità più profonde sull’esistenza umana.

Verità. La voce narrante del candidato all’Oscar Benedict Cumberbatch pronuncia questa parola, richiamando uno dei concetti più profondi espressi in tutto il documentario: “verità e felicità sono due cose diverse, infatti, quando trovi la verità incontri anche la sofferenza”. Perché si, l’esistenza umana è permeata di sofferenza così come recita la prima nobile verità: “Duhkka, ovvero la sofferenza esiste. Tutti soffrono, in un modo o in un altro. Nessuno può fuggire da questa legge” (Bayda, 2012).

Ma lo scopo della meditazione non è affatto quello di evadere, ma di incontrare serenamente la nostra realtà, interna ed esterna a noi, riconnetterci con essa, attraverso la pratica costante, in un atteggiamento accettante, non giudicante e accogliente.

I giorni passano al centro Plum Village, così come le immagini, le storie e le testimonianze. La comunità di monaci incontra l’esterno e in alcune scene è possibile assistere a stralci di dialogo tra alcuni monaci e i loro familiari, o con utenti di strutture carcerarie o con alcuni dei tantissimi visitatori meditanti ospitati dal centro. Il messaggio trasmesso è lo stesso: la scelta di sperimentare una felicità che risiede solo nel qui e ora, nel momento presente, non domani, non tra un mese, non nella ricerca disperata del raggiungimento di qualche status o traguardo, ORA!

L’invito, dunque, è quello di immergersi nella visione di un viaggio che ha la potenza di echeggiare nel profondo di chi si apre ad esso.

Buon viaggio





Per maggiori informazioni legate al film e al Plum Village potete visitare i siti ufficiali:

http://walkwithmefilm.com/

http://plumvillage.com/





Dott.ssa Sefora Di Natale

Psicologa Psicoterapeuta

Insegnante di Protocolli Basati sulla Mindfulness

Iscritta all’Ordine degli Psicologia della Toscana, n°7004





Bibliografia

Bayda, E. (2012). Le radici della felicità. Andare oltre le soddisfazioni personali. Roma: Ubaldini Editore.

Hann, T.N. (1994). Respira! Sei vivo. Roma: Ubaldini Editore.

Hann, T.N. (2007).  La plénitude de l’instant: vivre en pleine conscience. Paris: Marabout.





L’articolo è reperibile anche sul Blog di Tages Onlus alla pagina: http://www.tagesonlus.org/2017/09/13/walk-with-me-recensione-del-film-piu-atteso-sulla-mindfulness/

Emozioni? No, grazie!

Ma non provare niente,

per non rischiare di provare qualcosa…

che spreco!”

(dal Film: Chiamami col tuo nome)

Essere emotivi significa non sapersi controllare!”, “Alcune emozioni sono davvero stupide”! E ancora “i sentimenti sono cattivi e distruttivi !” Queste sono alcune delle opinioni più comuni che molte persone condividono nei confronti delle proprie e altrui emozioni, opinioni che vengono generalmente identificate con il termine miti sulle emozioni (Linehan, 2011). Le emozioni ci comunicano qualcosa sui nostri bisogni, le nostre frustrazioni e i nostri diritti; ci motivano a realizzare dei cambiamenti, a superare situazioni difficili e a capire se siamo soddisfatti (Leahy, Tirch & Napolitano, 2013).

Eppure molte persone tentano di “soffocarle” perché ritenute incomprensibili, travolgenti, incessanti e talvolta anche imbarazzanti. C’è chi prova ed evitarle, a distrarsi, altri a sopprimerle e/o a controllarle ricorrendo a stili di pensiero ruminativi o rimuginativi, influenzati dal credere che “Forse se ripenso sempre al mio errore, mi sentirò meno in colpa” oppure “Se prevedo tutti i possibili imprevisti che possono capitare mi sentirò sicuramente meno ansioso”.

Secondo il modello degli schemi emozionali (EST; Emotional Schema Therapy) di Robert Leahy (2013; 2016), le persone interpretano e gestiscono in modi diversi le loro emozioni, inferendo, il più delle volte, significati negativi e prevedendone effetti catastrofici in grado di coinvolgere sé e gli altri.

Chi non ha mai tentato di evitare di provare una determinata emozione, come la tristezza o l’ansia, ricorrendo, ad esempio, a strategie non proprio funzionali come le abbuffate, l’abuso di alcool e/o l’assunzione di determinate sostanze? Alcuni possono anche immergersi nel lavoro o in un allenamento fisico estenuante pur di non provare nulla.

Ma perché facciamo tutto questo?

Le credenze che abbiamo nei confronti delle nostre emozioni giocano un ruolo chiave nel determinare l’atteggiamento assunto rispetto ad esse. È per questo, dunque, che risulta fondamentale chiarire alcuni punti sulle caratteristiche universalmente riconosciute delle emozioni (Leahy, Tirch & Napolitano, 2013; Leahy, 2016).

Per quanto sia comunemente diffusa l’idea che le emozioni, se non controllate, durino all’infinito, esse seguono l’andamento di una curva a campana: emergono ad una certa intensità, raggiungono un picco per poi decrescere fino a scomparire. Le emozioni, anche quelle più dolorose e difficili, infatti, sono fenomeni transitori.

A volte, però, pensiamo che esse abbiano il potere di sovrastarci, di danneggiarci fino a farci crollare. Così iniziamo una vera e propria lotta nei loro confronti, sicuri della loro “inutilità”, incomprensibili alla nostra razionalità. Inaccettanti, le controlliamo, le evitiamo, le ignoriamo. Eppure le emozioni tornano sempre a ripresentarsi, il più delle volte con un’intensità ancora più elevata. Ci ritroviamo così, a stare ancora più male e ad essere noi stessi gli artefici di quella sofferenza aggiuntiva.

È l’esempio di chi, credendo che esprimere la propria rabbia significhi essere delle “cattive persone”, si sforza in sua presenza di ignorarla, ricorrendo, in contesti relazionali, a falsi consensi e a sorrisi di circostanza. Alla lunga, però, quello stesso tentativo di soppressione, porterà la persona a provare ancora più risentimento (e a una rabbia ancora più elevata), il quale inevitabilmente condizionerà (fino a incrinare) i propri rapporti di amicizia e non.

Poco spesso riflettiamo sull’importanza delle nostre emozioni, forse perché, appunto, siamo troppo impegnati a difenderci da esse. Eppure, tutti i giorni siamo chiamati ad operare delle scelte, a più livelli e in più contesti. Per quanto i valori della nostra vita siano ben chiari, come per esempio “essere un buon professionista o un buon padre”, e l’affidarci al consiglio e alla guida delle persone che ci stanno vicino siano entrambi importanti nel direzionare i nostri comportamenti e a influenzare le nostre scelte di vita, essi non sono in grado di sostituire la funzione direzionale e motivatrice delle nostre emozioni (Dimaggio & Semerari, 2003).

Ogni emozione ha dunque una funzione ben specifica, un messaggio che necessita di essere comunicato e ricevuto. La rabbia, per esempio, tenta di farci notare come un qualcosa o un qualcuno ha leso un nostro diritto o ha invalidato un nostro bisogno. La tristezza, invece, è portatrice di una mancanza che necessita di essere ascoltata, elaborata. La paura, di contro, ci difende e allerta rispetto a una situazione che potrebbe presentarsi come potenzialmente pericolosa.

Credere che le nostre emozioni siano “incomprensibili” e “senza senso” ci priva anche della possibilità di comunicare ciò che sentiamo a chi ci sta vicino. Non possiamo comunicare se prima si ha ben chiaro cosa si vuole comunicare!

Cosa fare dunque?

Come per la maggior parte delle cose che ci risultano incomprensibili e/o spaventose, è necessario, anche in questo caso, fare esperienza del nostro mondo emotivo in un modo completamente nuovo.

Il primo passo per fare ciò, potrebbe essere quello di iniziare a porre attenzione e dunque osservare proprio ciò che ci accade internamente, ponendoci proprio la seguente domanda: “Cosa sto provando in questo momento?”.

Riconoscere ciò che sentiamo e dare un nome alle nostre emozioni è ciò che può aiutarci a dare senso a ciò che sperimentiamo rispetto agli eventi della nostra vita. Significa anche imparare a conoscerle meglio e a non giudicarle automaticamente come un qualcosa di negativo o pericoloso.

Stare con la tristezza, per esempio, potrà aiutarmi a sperimentare che è possibile non esserne “sovrastati”. Imparerò che posso prendermene cura in un modo più salutare rispetto a tutto ciò che ha lo scopo di eliminarla: chiamare un’amica e confidarmi con lei sarà sicuramente più funzionale del bere fino a stordirmi.

Le emozioni sono degli alleati potenti, strumenti che abbiamo a nostra disposizione per muoverci nel mondo e comprendere meglio noi stessi e gli altri.

Che spreco esserne privi!





Dott.ssa Sefora Di Natale

Psicologa Psicoterapeuta

Insegnante di Protocolli Basati sulla Mindfulness

Iscritta all’Ordine degli Psicologia della Toscana, n°7004





Bibliografia

Dimaggio, G., Semerari, A. (2003). I disturbi di personalità. Modelli e trattamento. Lecce: Editori Laterza.

Leahy, R.L. (2016). Emotional Schema Therapy. Credenze sulle emozioni e strategie di regolazione emozionale in terapia metacognitiva. Firenzei: Eclipsi.

Leahy, R.L., Tirch, D., & Napolitano, L.A. (2013). La regolazione delle emozioni in psicoterapia. Guida pratica per il professionista. Firenze: Eclipsi.

Linehan M.M., (2011). Trattamento cognitivo comportamentale del disturbo borderline. Il modello dialettico. Milano: Raffaello Cortina editore.

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L’articolo è reperibile anche sul Blog di Tages Onlus alla pagina: http://www.tagesonlus.org/2019/11/07/emozioni-no-grazie/